Come avere fiducia nelle tue capacità di coach professionista

15 Marzo 2021
Come avere fiducia nelle tue capacità di coach professionista

Oggi parliamo di coaching confidence, anche conosciuta come la fiducia in sé come coach. Di cosa si tratta? E soprattutto, come fare per migliorarla? È arrivato il momento di approfondire il tema e capire come coltivare la fiducia nelle tue capacità di coach (anche se sei alle prime armi).

Innanzitutto, il termine coaching confidence indica, più precisamente, la convinzione che tu stessa hai di quanto sei capace di fare coaching e determina se ti senti in grado o meno di svolgere al meglio il tuo ruolo di coach.

In realtà, a prescindere dai certificati che possiedi, nessuno dall’esterno può dirti se ne sei capace o meno, poiché non esiste un parametro fisso di riferimento in grado di rispondere alle tue paure. Si tratta perlopiù di una percezione, di una convinzione, che hai nel momento in cui ti esponi per trovare i tuoi clienti.

Quindi, come migliorare la fiducia in te stessa come coach? Continua a leggere per scoprirlo.


1. Cosa rende abile un coach

Una prima domanda da porsi riguardo la propria coaching confidence è: “Quali parametri uso per valutare me stessa e la mia capacità di riuscire a fare coaching?”.

A questo proposito è importante precisare che la capacità di un coach non sta nel trovare delle soluzioni o dare risposte, quello è il ruolo di un consulente o di un mentore, qualcuno che sa la materia e che conosce la soluzione. Le abilità e le competenze del coach sono tutt’altro.

Anche tra le competenze chiave definite da ICF, la Federazione Internazionale di Coaching, non risulta la necessità di trovare a tutti i costi una soluzione per il cliente. Il compito di un coach non è di dire al cliente cosa fare, o dare suggerimenti e consigli, bensì creare in primo luogo uno spazio sacro di ascolto che favorisce l’apertura, attraverso la presenza.

Coltivare la presenza, infatti, è una delle capacità fondamentali di un bravo coach, insieme alla competenza di evocare consapevolezza nel coachee. Ciò significa essere pienamente presente con il cliente, offrendo la tua abilità di ascoltare attivamente per capire che cosa ti sta dicendo (e non dicendo) e per aiutarlo a riflettere attraverso l’uso di domande potenti e ad andare oltre al suo modo attuale di vedere sé stesso e la situazione di partenza, così che possa trovare la sua soluzione.

Ma oltre a tutto questo, cosa rende un coach veramente bravo nel suo lavoro?

2. Mettere in atto una co-creazione

Avere fiducia delle tue capacità di coach non consiste (solo) nel possedere gli strumenti “tecnici” del mestiere. Un coach che mette tutto sé stesso e desidera essere di supporto agli altri porta qualcosa in più nella sessione.

Se sei totalmente focalizzata sui risultati e sulle soluzioni che puoi dare, forse dovresti ridimensionare la tua modalità e rivolgere i riflettori sul cliente, non su di te. Uno degli ostacoli maggiori che potrebbero impedirti di fare del buon coaching è appunto permettere al tuo Ego di prendersi la responsabilità del risultato della sessione. Se credi che l’esito dipenda solo ed esclusivamente da te, allora ti stai dando troppa importanza.

Può sembrare assurdo perché tutto parte dal desiderio di aiutare, quindi potresti sentirti in dovere di dare qualcosa di più all’altro. È vero che c’è un dare da parte del coach, ma si tratta di una co-creazione in cui entrano in gioco due persone, non di una creazione unilaterale.

Pertanto, è bene tenere a mente che non sei tu a creare il risultato, ma il tuo cliente. Il coach facilita, crea uno spazio sacro, di accoglienza e ascolto dove la trasformazione può avere luogo. Questo è molto diverso rispetto al voler creare la trasformazione del proprio cliente. Quando supporti il cliente a mettere in atto la sua trasformazione, i riflettori non sono più su di te come coach, ma sul cliente.

È quindi cruciale lasciare andare l’Ego e la paura di sbagliare o di non sentirti abbastanza.

3. Facilitare il processo

Quando ti trovi in quello spazio completamente a disposizione del cliente, si attiva la dimensione dell’intuito. Non è più la testa a dirti quale domanda fare o quale tecnica usare, ma ti lasci andare all’interno di un flusso, danzando con il cliente. Riesci così a supportare la co-creazione sulla base di quello che porta.

Per attivare l’intuito è essenziale stare con il tuo sentire, non con il pensiero o la mente razionale. L’intuito non è una facoltà che si può studiare, va praticato e richiede fiducia, per questo inizialmente può sembrare difficile da mettere in pratica.

Quindi, lascia andare il controllo e metti da parte l’Ego, facendo attenzione a non cadere nel ruolo della salvatrice. Il motivo per cui una persona decide di diventare coach, counselor o un’altra professione di aiuto, è generalmente il forte desiderio di aiutare gli altri. Quel desiderio però non deve farti sentire responsabile di risolvere tutti i problemi del mondo. Come abbiamo detto, non sei tu a dover risolvere il problema del tuo cliente. La responsabilità e il potere di cambiare resterà sempre nelle mani dell’altra persona.

Pur avendo le migliori intenzioni, se assumi il ruolo della salvatrice c’è anche il rischio che il tuo Ego si gonfi, rendendo di riflesso l’altra persona vittima della sua stessa vita. E se il cliente non si sente più in grado di salvare sé stesso gli stai togliendo la responsabilità di risposta e di azione, rendendolo dipendente da te.

Al contrario, un coach ha strumenti che permettono di facilitare un cambiamento. Non devi essere un’esperta del contenuto né è il tuo compito dare consigli; quello è il ruolo del consulente o del mentore, non del coach. Piuttosto, facilita il processo e rendi più autonomo il cliente durante le sessioni, così che riesca pian piano a camminare con le sue gambe e arrivare a poter fare a meno della tua presenza.

Così facendo, il coaching risulterà efficace proprio perché il cliente è diventato più autonomo e capace. Se invece ha sempre bisogno che tu gli dica cosa fare, non lo stai liberando e non gli stai dando l’empowerment, bensì lo stai legando a te.

4. Migliorare con la pratica

Per ottenere fiducia nelle tue capacità di coach professionista potresti pensare che prima di passare alla pratica si debba studiare la teoria per ore e ore, o potresti credere di dovere imparare qualcosa in più prima di passare all’azione e poterti definire coach a tutti gli effetti. In realtà, é proprio la pratica ciò che ti aiuterà a migliorare. Quindi man mano che impari gli strumenti di coaching, inizia subito a fare pratica e a mettere in atto gli strumenti appresi.

Chiaramente, all’inizio lo potrai fare in un contesto protetto con le compagne di corso, gli amici o i famigliari, e sempre specificando di essere ancora in formazione. Abbi l’onestà semplicemente di dirlo. Grazie a questo otterrai dei riscontri concreti, potrai imparare dall’esperienza e imparerai a stare nel flusso, coltivando così la fiducia in te stessa.

Se attendi di possedere quella determinata competenza o quell’ulteriore formazione aggiuntiva prima di iniziare, rischi di aspettare in eterno. Mentre impari gli strumenti di coaching, comincia subito a sviluppare i tuoi muscoli di coaching. Proprio perché sono dei muscoli, possono crescere solo se li alleni.

Bisogna fare pratica in questo processo e sapere che “It’s not about you”, cioè la questione non è quanto sei brava o capace tu. Ricorda: sei nel processo di facilitazione, crei uno spazio sacro per la trasformazione dell’altro.


Questi sono alcuni suggerimenti che ti aiutano a migliorare la fiducia nelle tue capacità di coach. Anche se all’inizio ti sembra difficile e hai un po’ di timori, sappi che è normale. Solo facendo pratica si migliora.

Tieni sempre a mente che il coach non è quella persona che deve sapere tutto, né avere tutte le soluzioni o dare consigli. Poi continua a focalizzarti e coltiva la presenza e la capacità di ascolto per usare meglio il tuo intuito e fare le domande più utili.

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