Ferite interiori: come si generano e come sanarle per ritornare completa

01 Dicembre 2020

Rifiuto, abbandono, umiliazione, tradimento e ingiustizia: sono cinque le principali ferite emotive che condizionano maggiormente la nostra esistenza, impedendoci di attrarre a noi quello che desideriamo veramente.

Magari non l’abbiamo ancora riconosciuta o forse non vogliamo vederla, ma in realtà almeno una ferita c’è. E spesso non ce n’è solo una, ce ne sono diverse, e possono coesistere anche fra di loro.

In questo articolo scoprirai come e quando queste ferite si sono create e cosa puoi iniziare a fare ora per sanarle, così che tu riesca ad abbandonare gli atteggiamenti che non ti sono utili e manifestare la tua vita più bella.


Come si creano queste ferite?

La maggior parte delle nostre ferite interiori si generano durante l’infanzia, quando noi siamo in uno stato psico-cognitivo ancora non totalmente sviluppato, e quindi non riusciamo ad attribuire un senso logico a tutto quello che ci succede.

In particolar modo, una ferita interiore si crea ogni volta che un nostro bisogno primario non viene corrisposto e perciò noi proviamo dolore, senza però sapere bene il perché.

Ad esempio, fin da piccoli sentiamo il bisogno primario di sopravvivere, ma se non riceviamo le risorse necessarie per farlo o una protezione adeguata, tutto questo ci causa una grande sofferenza e può andare appunto a determinare una ferita, una ferita che rimane dentro di noi.

La stessa cosa può avvenire se ci viene negato il bisogno primario dell’esistenza. Tutti noi necessitiamo di essere visti, percepiti, e di sapere che c’è qualcuno che è consapevole che esistiamo. Se questo viene a mancare e la nostra presenza viene ignorata, l’esperienza è così dolorosa da poter recare un’altra ferita interiore. 

Anche nel caso in cui qualcuno rifiuti il bisogno primario dell’appartenenza può succedere lo stesso. Se la nostra necessità di sapere che non siamo soli, che facciamo parte di un gruppo o di un certo tipo di relazione viene delusa, ecco che si crea un’ulteriore ferita interiore.

Come reagiamo a queste ferite?

Vi ho parlato di esperienze avvenute durante l’infanzia, ma in realtà queste cose possono capitare anche in altri contesti, perché in fondo possiamo rimanere feriti profondamente a qualsiasi età, no?

Noi nasciamo esseri puri, possediamo potenzialità e caratteristiche che non abbiamo il timore di mostrare al mondo. Poco a poco, però, attraverso la crescita, l’educazione e i feedback che riceviamo dall’esterno, iniziamo a renderci conto che esistono delle regole e ci accorgiamo, ad esempio, che non va bene gridare, che non bisogna far rumore, che non dobbiamo andare a letto tardi o che non dobbiamo piangere, perché appunto chi ci sta attorno ci insegna così.

Dunque, anche le direttive e i rimproveri che riceviamo nel corso della nostra vita possono infliggere in noi delle ferite emotive.

E per sfuggire alla possibilità di sentire ancora il dolore di queste ferite, noi che cosa facciamo? Iniziamo ad adottare dei comportamenti specifici, ad assumere determinati ruoli, a indossare delle maschere, proprio come ti raccontavo qui.

Se viviamo inconsapevoli di quelle che sono le nostre ferite, il rischio è quindi quello di continuare ad agire in risposta a queste ferite, perpetuando dei meccanismi di compensazione che purtroppo danneggiano la nostra quotidianità.

A ogni ferita la sua maschera

Se volessimo fare una categorizzazione delle ferite interiori e delle rispettive maschere compensative, potremmo racchiuderle in queste cinque tipologie.

1. Il rifiuto

La ferita del rifiuto avviene se noi, appena nasciamo, in qualche modo sentiamo di non essere desiderati, di non essere benvoluti o di non essere accettati nell’ambiente familiare in cui ci troviamo.

Magari nasciamo femmina invece di maschio o viceversa, o veniamo alla luce in un momento in cui i nostri genitori non sono ancora totalmente pronti ad accoglierci. Sta di fatto che noi arriviamo felici e contenti su questo mondo, eppure continuiamo ad avere l’impressione che non dovremmo essere lì.

A seguito della ferita del rifiuto, di solito reagiamo mettendoci la maschera della persona solitaria o fuggitiva. Tendiamo a isolarci dagli altri proprio per paura che qualora ci aprissimo, creassimo una relazione con loro e mostrassimo la nostra vulnerabilità, non verremmo accettati totalmente o apprezzati per come siamo, e quindi ci sentiremmo rifiutati.

Allora, piuttosto che risvegliare il dolore della ferita del rifiuto, la persona solitaria decide di starsene per i fatti suoi, di fuggire dalle amicizie, di non impegnarsi seriamente nelle relazioni, comportandosi appunto in maniera sfuggente.

3. L’abbandono

La seconda ferita, quella dell’abbandono, avviene invece se ci troviamo in una situazione in cui qualcuno ci ama, ci vuole bene e ci vuole, ma per qualche motivo non può stare con noi, non può darci il suo tempo e la sua attenzione.

Questo accade se, ad esempio, i nostri genitori divorziano e quindi, nonostante ci vogliano bene, decidono di separarsi. Oppure succede se avviene un lutto in famiglia e una persona a noi cara ci lascia per percorrere il suo cammino. O ancora, se magari quell’amica a cui volevamo tanto bene si trasferisce da un’altra parte, “lasciandoci indietro”.

Anche in questa situazione, la sensazione dell’abbandono genera una ferita così profonda che la persona – proprio per evitare che qualcun altro la abbandoni e sparisca dalla sua vita, riaprendo quella ferita – mette su una maschera, la maschera della persona indipendente, che non ha bisogno di nessuno.

3. L’umiliazione

La terza ferita è quella dell’umiliazione, e questa generalmente nasce durante la prima infanzia, se chi ci sta attorno – il genitore, il vicino, lo zio o la persona di turno – continua a buttarci giù, dandoci dello stupido e del buono a nulla, oppure ci deride e ci fa vergognare per qualcosa, come ad esempio l’aver fatto la pipì a letto.

Se questo avviene, è chiaro che noi ne rimaniamo molto feriti. E se subiamo questa ferita, come reagiamo? Ci mettiamo la maschera del people-pleaser, cioè di quella persona che si sacrifica affinché gli altri la possano apprezzare. Quindi mette in secondo piano i suoi bisogni, proprio per sfuggire all’umiliazione di qualcuno che la critichi.

Nelle dinamiche di coppia, in particolare, questo succede molto spesso. Uno dei due partner fa di tutto per diventare la copia perfetta di quello che l’altro vuole, fino a poi rendersi conto di aver perso ogni contatto con sé stesso.

4. Il tradimento

La ferita del tradimento non si riferisce solo al tradimento “vero e proprio”, quello che avviene in una relazione amorosa, ma riguarda anche altri tipi di tradimenti, dove noi abbiamo fiducia in qualcuno e crediamo ciecamente in lui, e questo infine ci delude, violando “gli accordi” presi.

Questo può capitare se da piccoli ci dicono “Guarda che se fai il bravo ti compro la macchinina”, e poi la macchinina non arriva. Oppure se ci dicono “Guarda che se fai la brava ti porto al parco giochi”, e poi magari quel giorno piove e non ci portano, senza però spiegarci il perché.

In tal modo, questi piccoli e grandi tradimenti ci portano a metterci addosso la maschera del controllo. Per cui, piuttosto che temere che qualcuno tradisca la nostra fiducia o non rispetti la parola data, facciamo tutto da noi e, allo stesso tempo, manteniamo rigidamente il controllo sulla situazione, per assicurarci che le cose vadano sempre per il meglio.

5. L’ingiustizia

Infine, abbiamo la ferita dell’ingiustizia, che ha luogo se da piccoli veniamo messi a confronto con qualcun altro, oppure se ci viene chiesto qualcosa che non siamo in grado di fare, come ad esempio andare bene in matematica quando invece magari la nostra è un’intelligenza di tipo linguistico o musicale.

Cosa succede se noi continuiamo a subire quella che percepiamo essere un’ingiustizia? A un certo punto ricerchiamo il perfezionismo, proprio per paura di sentirci paragonati agli altri e di non sentirci abbastanza. Oppure, ci mettiamo la maschera della rigidità emotiva e chiudiamo le porte al resto, nascondendo ciò che proviamo anche a noi stessi, e costruendoci una corazza protettiva in cui poterci sentire al sicuro.

Magari non ci accorgiamo neanche di aver sviluppato questa maschera, perché in fondo pensiamo di stare bene così. Tuttavia, non esprimendo ciò che sentiamo, reprimiamo una parte importante di noi, e non ci rendiamo conto che in verità possiamo decidere come vogliamo vivere le nostre emozioni, come vogliamo manifestare il nostro affetto, come vogliamo comunicare con il nostro partner, i nostri genitori, i nostri amici e così via.

Come sanare queste ferite

Insomma, le maschere che si generano in risposta alle nostre ferite interiori possono farci stare parecchio male: generano comportamenti e situazioni che ci impediscono di vivere in maniera serena e si ripercuotono anche sulle nostre relazioni, laddove continuiamo ad attirare a noi le persone che risvegliano quelle ferite e ci fanno soffrire.

Se ti riconosci in quasi tutte le ferite di cui ti ho parlato, tranquilla, anche per me è stato così. Queste, in realtà, sono delle ottime opportunità. Ci permettono di guardarci dentro e di comprendere il motivo delle nostre reazioni e dei nostri atteggiamenti, avviando la nostra guarigione.

Ecco perché è importante prenderne consapevolezza ora, quando siamo adulti e possiamo acquisire gli strumenti giusti per lavorarci sopra ed evitare che nuove ferite vengano inflitte. Non perché ci isoliamo mettendo su una maschera, ma perché di fronte a nuove situazioni riusciamo a capire che cosa sta succedendo e cosa stiamo provando, e di conseguenza fare scelte migliori.

Allora, una volta che ci accorgiamo di avere queste ferite, cosa possiamo fare? Dobbiamo iniziare a prenderci cura di quello che è conosciuto come il nostro “bambino interiore”, ovvero quella parte di noi che ha subito queste ferite e che, dal momento che è rimasta bambina, non ha gli strumenti cognitivi per capire, metabolizzare e risolvere le cose per conto suo.

Tutti noi abbiamo questa componente, ed essa ci parla in tantissimi modi. Ogni tanto viene fuori e cerca di richiamare la nostra attenzione perché ha bisogno di noi, e magari si esprime con la rabbia, con la paura, con la frustrazione o ancora con la tristezza.

Molto spesso, però, noi non ci rendiamo conto della sua presenza. Oppure – specialmente se non siamo consapevoli delle nostre ferite – tendiamo a non voler sentire quello che ha da dirci, e andiamo avanti, perpetuando dinamiche relazionali o professionali che, come dicevamo, non ci servono e ci fanno del male.

Perciò, quando la nostra bambina interiore richiede la nostra presenza, la cosa migliore che possiamo fare è esserci per lei e darle oggi ciò che avrebbe voluto ricevere e che non ha ricevuto ai tempi, vale a dire ciò di cui aveva bisogno nel momento in cui le sue ferite interiori si sono generate.

Instaurando un dialogo con lei, noi svolgiamo quello che in inglese viene chiamato re-parenting. E tramite questa pratica noi diventiamo – come dice la parola stessa – i genitori di noi stesse: ci prendiamo cura di noi, riscopriamo le nostre emozioni, diamo voce a quello che abbiamo dentro, ci diamo il permesso di esprimere i nostri bisogni e magari ci rendiamo conto che desideriamo altro e riflettiamo su come possiamo ottenerlo e manifestarlo.

Così facendo, noi risaniamo le nostre ferite interiori e pian piano torniamo a sentirci complete. E, alleggerendoci del peso del dolore e della paura, andiamo avanti.

Da dove cominciare

A questo punto, è il momento di tirare fuori il tuo journal e di rispondere alle seguenti domande. Ti aiuteranno a prendere consapevolezza di quali ferite sono state attivate e a iniziare a lavorare su questi aspetti.

  • Quando è stata la prima volta che ho provato una ferita?

Per prima cosa, ripercorri mentalmente il tuo passato e identifica quando potrebbe essere stato un momento in cui una ferita interiore si è generata.

Ti anticipo che magari non lo troverai subito perché potrebbe essere un evento un po’ nascosto nell’inconscio.

Quindi, se non riesci a individuare un momento preciso, definisci più o meno il periodo in cui pensi che sia successo, e vedrai che riflettendoci sopra una risposta più completa arriverà.

  • Che cosa è successo esattamente?

Se dovessi descrivere il momento in cui questa ferita si è generata, come lo descriveresti? Che cos’è accaduto di preciso? 

Vai a riprendere queste memorie e chiediti anche: Chi c’era con me? Chi era l’altra persona o le altre persone coinvolte? E che cosa hanno detto? Che cosa hanno fatto?

  • Che cosa avrei voluto sentirmi dire o ricevere?

Ora che sei tornata in quel momento passato, poniti la domanda più importante: Che cosa avresti voluto, invece, che quella persona o quelle persone avessero fatto per te? Che cosa avresti voluto che ti avessero detto?

Poi, dopo aver risposto a queste domande, passa allo step successivo e dedicati al perdono.

Noi oggi siamo cresciuti, possiamo vedere queste situazioni con occhio diverso, e possiamo accorgerci che la persona o le persone coinvolte si sono dovute comportare in quel modo perché magari c’erano determinate circostanze in atto e pertanto non sono riuscite a darci quello che desideravamo.

È bene ricordare che ognuno fa il meglio di quello che può in ogni momento, al massimo delle sue conoscenze, capacità e competenze. Allora eventualmente possiamo smetterla di puntare il dito verso gli altri e iniziare a praticare il perdono, cominciando a essere noi le prime persone a darci quello di cui abbiamo bisogno.


Quella del re-parenting è una pratica quotidiana avanzata che approfondiamo bene nel percorso Alchimia dell’Anima. Puoi comunque iniziare già a creare le tue frasi, i tuoi gesti, i tuoi atti simbolici per prenderti cura della tua bambina interiore, così da riuscire a darle l’amore di cui ha bisogno nei momenti di difficoltà.

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